Il Lago di Pilato è uno specchio d’acqua situato sul Monte Vettore, nel massiccio e nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini; è conosciuto come “il lago con gli occhiali”, per la forma dei suoi invasi complementari e comunicanti.
Il lago di Pilato si trova nelle Marche, ma a meno di un chilometro dal confine umbro, racchiuso in una stretta valle glaciale, a nord della cima principale del massiccio; è l’unico lago naturale della nostra regione ed uno dei pochissimi laghi glaciali di tipo alpino presenti sull’Appennino. Si è formato a causa dello sbarramento creato dai resti di una morena creatasi in epoca glaciale, infatti l’ultimo modellamento della valle glaciale è del Pleistocene superiore (da 125.000 a 10.000 anni fa). Le dimensioni del lago e la portata d’acqua dipendono principalmente dalla distribuzione delle precipitazioni: il lago è infatti alimentato, oltre che dalle piogge, soprattutto dallo scioglimento delle nevi, che ricoprono per buona parte dell’anno la sua superficie fino all’inizio dell’estate. Il lago ospita un particolare e raro endemismo, il Chirocefalo del Marchesoni: è un piccolo crostaceo di colore rosso che misura 9-12 millimetri e nuota col ventre rivolto verso l’alto. La zona presenta anche un insetto molto piccolo detto ditiscide, coleottero acquatico nero di origine boreo-alpina. Nella tradizione popolare il lago è stato ed è considerato un luogo magico e misterioso; prende infatti il suo nome da una leggenda secondo la quale nelle sue acque sarebbe finito il corpo di Ponzio Pilato condannato a morte da Tiberio. Il corpo, chiuso in un sacco, venne affidato ad un carro di bufali lasciati liberi di peregrinare senza meta e sarebbe precipitato nel lago dall’affilata cresta della Cima del Redentore. Anche per questo il lago, a partire dal XIII secolo è stato considerato luogo di streghe e negromanti, tanto che le autoritá religiose del tempo ne proibirono l’accesso e misero una forca, all’inizio della valle, come monito.

Altro nome usato nell’antichità era quello di Lago della Sibilla, come si evince da una sentenza di assoluzione emessa dal Giudice della Marca Anconitana De Guardaris nel 1452, a favore della comunità di Montemonaco, per aver accompagnato cavalieri stranieri a consacrare libri magici “ad Lacum Sibillae”. Nel Museo della Grotta della Sibilla, presso Montemonaco, è custodita una pietra scura, detta “La Gran Pietra”, che reca incise lettere misteriose e rinvenuta nei pressi del lago: secondo la leggenda questo sarebbe il lago Averno da cui si entra nel mondo degli Inferi. Oltre alle leggende circa il suo nome, diverse fonti letterarie narrano episodi inquietanti legati al Lago, come quelli relativi ad uccisioni, forse riflesso di sacrifici umani compiuti dai Piceni per scongiurare calamità. Antoine De La Sale in Le Paradis de la Reine Sibille del 1420 racconta come il Lago fosse strettamente sorvegliato dalla gente del luogo, perché i riti magici che vi si svolgevano scatenavano tempeste devastanti per i raccolti. E ancora Fra Bernardino Bonavoglia di Foligno, predicatore del XV sec., ci parla del sermone compiuto per consacrare un testo magico al diavolo: il negromante si dispone all’interno di tre cerchi concentrici tracciati sul terreno ed invoca il demone scelto dal libro, offrendogli la propria anima in cambio dei prodigi di cui lo spirito maligno è capace. Il cerchio è un simbolo magico ricorrente nelle leggende di questo lago: Niccolò Peranzoni in De laudibus Piceni (1510-1527) riporta la credenza popolare secondo la quale su di una roccia della costa del lago sono incisi due cerchi che riflettono l’aspetto che il lago assume in estate, indispensabili per impadronirsi di poteri magici: uno tracciato da Cecco d’Ascoli, l’altro dal poeta Virgilio.