
CAP. VI
Magie del lavoro
“Chi fermerà lo sguardo che scruta le stelle
Chi può fermare un libero pensiero
Chi ferma la speranza
Chi può fermare l’amore nel cuore”
(Senza Frontiere- Gen Rosso)
Al magico tempo dell’infanzia seguirono quelli altrettanto magici dell’adolescenza con le sue prime infatuazioni, della giovinezza con il suo primo amore e il diploma e il lavoro. Quale lavoro? Naturalmente ero un’insegnante e, guarda caso, il mio primo anno fu in una pluriclasse unica di una piccola scuola di montagna. Fu zio Vittorio ad accompagnarmi nel mio primo giorno di scuola come insegnante e dice sempre che ha ancora negli occhi la mia espressione di sgomento nel momento in cui vidi la scuola riconoscibile solo dalla targa ovale in ferro arrugginito in cui c’era la scritta “Scuola Elementare”. Era una cadente costruzione adibita in passato a stalla al piano inferiore e ad allevamento di bachi da seta al piano superiore, piano nobile dove era l’unica stanza della scuola con le pareti dai tanti colori scrostati attraversati da crepe profonde, qualche buco qua e là tra il pavimento e le pareti dove si nascondeva velocissimo qualche topo al mio entrare, due finestrelle, una vecchia stufa a legna che il contadino vicino faceva trovare accesa in inverno, la cattedra e i banchi identici alla scuola nella casa di zio Nicola, pacchettini con polvere di inchiostro da preparare per le boccette portainchiostro inserite su ogni piano dei banchi e niente odore di scuola, ma era la mia prima scuola a Serralta di Serra San Quirico.
Giuseppe era il più piccolo e arrivava a scuola infreddolito dopo aver pascolato le pecore.
Infreddolito e con addosso un odore caprino che il grembiulino a quadretti bianchi ed azzurri non riusciva a fermare. Piccolo Giuseppe, che sapeva aspettarmi in silenzio, riposandosi, mentre ero impegnata con i bambini delle altre quattro classi. Imparò presto a leggere e scrivere. Fu il mio primo successo. Mi sembrava un miracolo.
Rosa, la più grande, s’identificava in me e mi aiutava, sempre. Si adombrava quando, arrivando, trovava l’inchiostro pronto, preparato da me nel tempo in cui aspettavo che arrivassero le otto e venti.
Dodici alunni, cinque classi.
E a primavera tutti giù per la collina, fino al torrentello. Tanto verde, tanta felicità a raccogliere insieme le giunchiglie, mazzi enormi che poi dovevamo togliere dalla stanza tanto il profumo era possente.
E una volta sull’argine del torrente due rospi attaccati, il più grande sotto, il più piccolo sopra.
Lezione di scienze dal vivo: mamma rospo col suo piccolo!
In dodici, ridendo, mi insegnarono che i due rospi si stavano accoppiando, che il piccolo era il maschio: lezione di scienze dal vivo per l’insegnante.
E tutti a segnalarmi l’argine del canale quando nevicò.
Arrancavo a piedi, tra la neve alta, dalla stazione di Serra San Quirico per quei tre chilometri in salita che mi separavano dalla scuola.
Ed essi lassù, in fila, come piccoli indiani, per evitare che cadessi nell’acqua dopo che la nevicata notturna aveva coperto e livellato tutto.
L’anno seguente, Rosa mi telefonò qualche volta. Terminate le elementari era stata mandata a servizio in Ancona, presso una coppia di anziani.
Quando ci conoscemmo nella scuola di Serralta di Serra San Quirico lei, pluriripetente, aveva quattordici anni, io, insegnante al mio primo anno di lavoro, diciannove.
Mi saltava in braccio all’improvviso, veloce come una scimmietta, si agganciava stretto con le braccia al mio collo, le gambe avvinghiate alla mia vita. Barcollavo leggermente indietreggiando e poi mi raddrizzavo sostenendomi a lui che, guardandomi fisso negli occhi con i suoi, grandi, marrone intenso, ombrati da ciglia lunghissime, mi urlava:- Quanto te vojo be’! –
Educare Giuseppe all’autocontrollo mi causava un dolore enorme come il suo sguardo mansueto ed interrogativo che mi seguiva di continuo quando rientravo in classe tenendo in braccio Alberto che, cartella presa al volo, borbottando qualcosa, usciva veloce dall’aula per andarsene a casa. Imparammo a seguirlo tutti ogni volta che Alberto decideva che con la scuola non aveva niente a che spartire. Lo seguivamo per le scale e, davanti al portone superchiuso, lo circondavamo in un girotondo che, alla fin fine, coinvolgeva anche lui.
E venne il giorno –quanta tristezza nella maturazione - in cui Giuseppe non mi saltò più tra le braccia e Alberto non tentò più di fuggire dalla scuola: due stanze affittate al Comune di Arcevia da Annetta e Federico Calcatelli, proprietari della casa a metà.
“Manda il suo richiamo, il gufo dal ciuffo.
Approfitta del silenzio notturno
Per attirare la sua compagna:
Ascolta da sconosciute lontananze
Il grido del papavero pronto a sbocciare.
…………………………………………”
(Poesia d’amore Navajo)
Nella casa a metà c’era una stanza e nella stanza c’era un buon fuoco. Fin dal mattino presto Federico si dava da fare per riscaldare l’ambiente e tutto si risvegliava: l’acquaio di graniglia colmo di piatti sporchi della sera precedente, la macchina per cucire, tra le due finestre, sempre pronta a lavorare, il tavolo appoggiato al muro stracolmo di panni da rammendare e da stirare, il frigo malandato, la credenza con la sua collezione di bottigliette da liquore mignon, la radio, nostro solo legame con il mondo esterno ed il tavolo quadrato, unico al mondo ad essere stato, un giorno, inchiodato al pavimento.
Ogni sera, Annetta, con gli occhi assonnati, enumerava le cose che avrebbe fatto il giorno seguente, mille, tutte a metà, come la sua casa.
Ma solo dopo cena la stanza era nostra. Al primo russare di Federico che saliva dalla stanza sottostante, il tavolo veniva spostato, il mangiadischi messo in azione, la luce spenta. Al calore rossastro del fuoco e sulle note di “Je t’aime ma non plus” la stanza diventava magica e ballavamo con un contatto fisico da scoppiare, con le parole soffiate all’orecchio, con la testa che ti girava benché appoggiata su quel collo tenero ed odoroso e ti lasciavi andare ai baci più appassionati, mentre la stanza nera e rossa ti cominciava a girare intorno con le bottigliette mignon, con l’acquaio sporco, con la macchina per cucire, con i panni sul tavolo, con il frigo e di nuovo le bottigliette, l’acquaio, le finestre, il caminetto, la porta, in un giro senza fine, in un giro eterno nella stanza della casa a metà.
Quando i boschi, da verdi gialli rossi, diventavano neri inghiottivano la casa a metà e l’unica luce all’esterno era quella di un’imposta aperta all’improvviso. La luce rettangolare si faceva sempre più strada nel buio e lasciava intravedere la persona che aveva bussato alla porta con la sua bella ombra che si allungava a raggiungere tutta la luce. La persona era un ragazzo che cercava Paola, la mia collega. Paola non c’era. Sarebbe ritornato.
Ritornò ogni pomeriggio con un amico diverso e, come un animale, aveva segnato il posto: la casa a metà era di suo dominio e dei suoi amici.
Ma gli animali notturni se ne infischiano degli odori pomeridiani, osano lasciando segnali più forti e investono la casa a metà anche con il tavolo oramai fissato al pavimento da quando Federico s’era accorto delle danze notturne.
Rimprovero silenzioso alla figlia Fiorisa di cui non approvava il grande amore, Angelo, alle due maestre che non avrebbero dovuto ricevere le aquile osanti.
Sulle ultime rampe della strada di montagna il paese con quella casa come un belvedere.
Strana casa, custode di un segreto, di una voce calda e forte, di uno sguardo azzurro penetrante, accattivante.
Il suo cuore pulsante era il salottino primo novecento con l’alta cassettiera adorna di specchio, vicino alla finestra, il tavolo centrale ed il divanetto rosso appoggiato alla parete.
Lì, la casa viveva nelle notti di luna quando tutte le colline assorbivano la sua bianca energia ed il mare, da lontano, ne rifletteva la luce.
La casa, allora, si vestiva di luna, se ne beava guardandola e lasciava che un raggio arrivasse al suo cuore.
La luce inondava il salottino, si posava sul divano rosso e aspettava e cantava e chiamava per vivere una notte magica prima che le colline diventassero buie ed il mare, laggiù, inesistente.
Tutto doveva vivere sotto la sua luce e la strana casa l’aiutò.
Danzarono insieme, argentee, leggere, eteree. Si videro riflesse allo specchio come fate buone dallo sguardo giovane, brillante, dalla pelle lucente, dalla bocca sorridente, dai lunghi capelli luminosi avvolti da un velo argenteo.
Leggere si spostavano nella stanza in una danza misteriosa, mentre il divano rosso cominciava a sospirare, a gemere, a sussurrare, a piangere, a stringere, ad accarezzare, a stringere il suo raggio di luna.